Editoriale – Nella giungla del merito

DSCF1426Negli ultimi anni merito/valutazione sono state le parole chiave di tutte le iniziative portate avanti dai Governi che si sono avvicendati nella progressiva riforma del sistema formativo italiano inteso in senso lato (Scuola, Università, Ricerca). L’introduzione della meritocrazia viene infatti proposta come unica soluzione per risolvere una serie di mali ormai storici della società italiana quali baronato, ineguaglianza, nepotismo, clientelismo perché si presume che la valutazione del merito sia basata su criteri oggettivi, matematici e quindi neutri, non manipolabili. Il tutto accompagnato dalla convinzione che il sistema non sia in grado di governarsi e riformarsi autonomamente, per cui serva un soggetto esterno, un tecnocrate, un’agenzia imparziale per metter a posto le cose per l’interesse di tutti. In realtà dietro a questa retorica c’è il tentativo di nascondere il processo di dismissione e svalutazione del sistema formativo italiano e di individualizzazione e precarizzazione delle molteplici figure (studenti, ricercatori, tecnici, professori) che rendono viva l’Università. Tale processo è parte di un disegno più ampio il cui obiettivo è trasformare l’Italia e gli altri paesi dell’Europa del Sud in un’area secondaria con scarso investimento in innovazione e ricerca, con una competitività basata sul basso costo di una forza lavoro dequalificata e sottopagata, con l’eccezione di alcune particolari nicchie produttive di cosiddetta “eccellenza” sulle quali è redditizio investire.

Nell’ambito della formazione questo processo viene portato avanti mediante un dispositivo, che è di controllo e allo stesso tempo di inclusione differenziale, basato sulla combinazione valutazione-merito. Secondo la logica anglosassone dell’accountability (misurabilità), ogni studente, insegnante, professore o ricercatore dovrà sottoporsi ad un processo di valutazione permanente in base a criteri e parametri che verranno imposti dall’alto di volta in volta per rispondere a specifiche esigenze economiche o di funzionalità. Ad ogni persona sarà quindi associato un valore, un punteggio in modo da creare una graduatoria, una classifica di “merito”. Ai primi della classifica, i “meritevoli”, saranno destinati premi, borse di studio, finanziamenti o posti di lavoro, però sempre limitatamente alle disponibilità economiche presenti in quel momento. Un’eventuale riduzione delle risorse infatti comporterà ad esempio una diminuzione del numero delle borse di studio e conseguentemente degli studenti “meritevoli”, e contemporaneamente la responsabilità e il senso di colpa dell’esclusione verranno trasferiti agli stessi esclusi, rei di non essere sufficientemente “meritevoli” in base ai presunti criteri oggettivi di valutazione.

È quindi evidente che per la singola persona non sarà più sufficiente essere bravo, preparato o produttivo per esser incluso tra i “meritevoli” e per poter forse godere delle opportunità di cui sopra, dovrà infatti esserlo più degli altri. Saranno pertanto incentivati comportamenti egoistici e competitivi a discapito della collaborazione e del confronto che sono invece i motori principali di un percorso libero e positivo di apprendimento, di formazione e di produzione di saperi. L’Università diventerà quindi una sorta di giungla in cui bisognerà lottare tra colleghi e compagni di studio per primeggiare e mantenersi nella cerchia dei meritevoli. La continua ricattabilità, dovuta al trovarsi costantemente sotto valutazione, l’ostilità per i propri colleghi, visti esclusivamente come minacciosi competitors, e gli eventuali sensi di colpa per gli obiettivi non raggiunti saranno i compagni di viaggio dell’avventura universitaria di studenti, tecnici, ricercatori e professori.

È necessario quindi combattere e rigettare in toto la retorica del merito, attaccando quelle ambiguità lessicali su cui si basa. Si tratta in primis di evidenziare che meritocrazia non vuol dire affatto democrazia, uguaglianza ma piuttosto esclusione, ricattabilità ed egoismo. Devono però essere rifiutate a priori sia un’eventuale campagna puramente conservatrice, che comporterebbe come unico risultato la difesa dello status quo, sia una critica riformatrice indirizzata al miglioramento degli ingranaggi del dispositivo della valutazione-merito. La nostra campagna di trasformazione dell’Università si strutturerà piuttosto su due linee di intervento distinte ma parallele e contemporanee. Da una parte occorre portare avanti un’attività di inchiesta e co-ricerca per indagare e capire come l’introduzione del dispositivo della valutazione-merito modifichi il comportamento e la percezione individuale e collettiva tra le varie componenti dell’Università, cercando contemporaneamente di scardinare le dinamiche di autodisciplinamento e assoggettamento derivate dalla retorica del merito invertendo tale processo fino alla rivendicazione del nostro essere veri protagonisti dell’Università e dei Saperi, che quotidianamente costruiamo e facciamo vivere in modo autonomo e collettivo. Questo intervento sarebbe però puramente teorico e complessivamente ininfluente se non venisse accompagnato e sostenuto dalla rivendicazione di un reddito di esistenza, universale e slegato da ogni tipo di prestazione o valutazione, in modo da liberarci dal continuo ricatto della povertà e dalla necessità di competere con i nostri compagni di viaggio per le poche risorse che il sistema ci metterà di volta in volta a disposizione. Solo in questo modo potremo liberare pienamente il nostro tempo, le nostre relazioni e il nostro pensiero e rivolgerli verso la creazione e la condivisione di Saperi critici, liberi e votati non al solo profitto economico ma piuttosto alla trasformazione della società attuale.

Di.S.C. – Dipartimento Saperi Critici
Labpratorio Bios

(qui la presentazione del Laboratorio Bios)