La funzione dei saperi – Di.S.C.: cambiare musica e scompaginare le carte in tavola

assembleaIl Dipartimento dei Saperi Critici ha in cantiere la programmazione del primo semestre di attività con un per/corso che indaghi come sia andato cambiando fino ad oggi il ruolo dei saperi nel corso delle trasformazioni dell’università dell’ultimo decennio, dall’avvento del tre più due, per recuperare e rimettere in gioco e in moto dei saperi  la funzione, a nostro avviso volutamente perduta dentro questi processi di trasformazione.

L’applicazione della riforma Gelmini con l’abolizione delle vecchie facoltà e l’istituzione dei nuovi dipartimenti e delle nuove scuole sta prevedendo di fatto una riorganizzazione dei saperi all’interno degli atenei, niente affatto slegata dalla riorganizzazione della società in corso ad opera del molto politico governo tecnico e condotta secondo criteri poco perspicui per quanto riguarda l’affinità e la collaborazione tra diverse discipline ma molto chiari per ciò che sono le dinamiche dei poteri dentro gli atenei, amplificate proprio per mezzo di questa riorganizzazione.

Il laboratorio intende essere per questo un’indagine sul ruolo dei saperi dentro l’università per arrivare al ruolo che essi hanno nella società tutta, in quanto determinanti nei processi produttivi che la abitano.
Le trasformazioni dell’università rispondono alle trasformazioni del mondo del lavoro proprio nella direzione di rendere i saperi funzionali all’adattamento dei soggetti che finiscono il ciclo d’istruzione al mercato del lavoro, dunque alla sua precarietà costitutiva oltre che alla totale assenza di diritti e garanzie, condizione oggi sancita nel suo peggioramento dalla riforma del lavoro Fornero, che di fatto abolisce l’articolo 18 e che non propone un reale nuovo sistema di ammortizzatori sociali.
In questo senso viene anche veicolato un sentire comune per cui certi saperi sono “utili” poiché direttamente funzionali all’innovazione , al progresso, alla produzione dunque, intesa come riproduzione dello stato di cose, ovvero di questo sistema che si basa sulla precarietà esistenziale e l’assenza di diritti e garanzie,  mentre altri sarebbero “disutili” o comunque meno utili perchè improduttivi o fini a se’ stessi.

Quest’ultima è la retorica che da anni viene applicata nei confronti dei saperi umanistici, che sappiamo invece costituire il bacino di futuri eserciti di precari, basti pensare a tutto l’ambito della formazione bloccato da anni senza che vengano banditi concorsi, a quello dei beni culturali drasticamente tagliato, a quello artistico mai regolamentato nonché al variegato mondo dell’editoria, dove tante e diverse professioni sono accomunate dal fatto di prevedere mesi e forse anni di lavoro gratuito che molti per passione sono disposti a fare pur di accedere ad un’industria satura e scientificamente non sovvenzionata dalle scelte politiche come tutto l’ambito della cultura in se’.

Nell’ideale “gerarchia” dei saperi veicolata dalle retoriche mainstream di ministri e riforme però il sapere umanistico sta sicuramente un gradino più sotto rispetto a quello tecnico.scientifico, anche se  di fatto non è certo l’opposizione tra discipline umanistiche e discipline scientifiche che viene portata avanti: la realtà è infatti che la gerarchia è presente anche all’interno delle seconde e l’elemento determinante è ancora una volta il mercato, laddove le scelte di ricerca, con l’ingresso dei privati in università, sono determinate da aziende, banche o chi per esse che dunque decideranno qual è l’ambito di ricerca utile e quale quello non utile in base a propri interessi di crescita e non certo a quelli della collettività.
Le discipline inutili saranno dunque tutte quelle in cui i privati non investono ed è proprio questo tipo di logica che ha segnato dal tre più due in avanti una sempre maggiore settorializzazione dei saperi per cui nelle facoltà umanistiche si tende ad imitare quelle scientifiche, allontanandosi progressivamente dall’interdisciplinarietà e dalla cooperazione in una sorta di rincorsa al feticcio di un sapere tecnicizzato, quello che, una volta assimilato in pillole di nozioni e concetti precostituiti e mai messi in discussione, permetterebbe a ciascuno di noi di essere considerato produttivo e dunque spendibile sul mondo del lavoro, oltrechè naturalmente predisposto ad essere sfruttato accettando la precarietà come unica condizione di vita possibile.

Il ruolo dei saperi prodotto da anni di riforme dell’università è quello per cui si immagina che ogni circoscritto ambito in ciascuna specifica disciplina debba essere predeterminato al fine di andare a servire quel determinato segmento produttivo e null’altro, laddove “altro” risulterebbe scompaginare l’ordine costituito.
Un’idea del sapere come garanzia di conservazione dunque e non come luogo di produzione di reale innovazione, che non può che provenire dalla sperimentazione, dal confronto libero tra cervelli,  della contaminazione quindi dall’interdisicplinarietà, dall’interazione insomma dei diversi saperi nel restituire una reale ovvero complessa immagine del mondo e nel poter immaginare nuovi modi di stare a questo mondo tramite risposte che viste le premesse saranno anch’esse complesse perchè parlano di interesse comune e non semplicemente d’interesse di qualcuno.

La riorganizzazione dei saperi nelle università sta corrispondendo invece ad un rafforzamento delle lobby dei baroni, vere e proprie corporations, che possono così andare alla ricerca senza intralci ne’ interni ne’ esterni del miglior offerente per i propri prodotti, cercando di accaparrarsi da privati dei finanziamenti che per scelta sono stati drasticamente tagliati alle università e quindi anche veicolando l’idea dell’importanza fondamentale di una nuova competenza per chiunque voglia lavorare all’università oggi: sapere è anche molto saper procacciare finanziamenti, il found raising come nuova competenza del lavoratore della cultura, dove con cultura non si intende quella umanistica piuttosto che quella scientifica, ma la cultura con la c maiuscola, dunque la ricerca in tutte le discipline.

Il per/corso del Disc per questo intende analizzare quali sono le conseguenze che vengono riservate ai diversi saperi dentro questo processo, smontando situazione per situazione secondo un movimento di contrappunto le logiche che vengono applicate ai saperi nei vari ambiti e quale ruolo si immagina nella società per chi uscirà dalle ex-facoltà, future “scuole”, interrogando lo statuto delle diverse discipline dentro l’università riformata: quale ruolo si immagina per il sociologo? Quale per l’intellettuale, per l’economista, per l’agronomo?  E quale funzione vorremmo che queste figure riacquistassero secondo un’idea di innovazone che proviene dalla cooperazione di cervelli liberi, laici, autodeterminati e dalla contaminazione e dall’interazione tra le discipline?

Il nostro non è un corso ma un percorso, perchè mentre il cursus (do you remember il cursus honorum?) e l’andamento naturale del fiume entro i suoi argini, non è un atto ma un dato di fatto, quello dello scorrere degli eventi, il percorso è un atto di interpretazione, un modo di fare ciò che si sta facendo, in cui chi lo fa stabilisce di volta in volta qual è l’inizio e quale la fine, quali le finalità e gli obiettivi e a partire da quali presupposti.

E se disco significa imparare, il Disc cambia la musica delll’insegnamento:  un movimento che ci piace è il contrappunto, letteralmente puntum contra puntum, quel movimento che regola i rapporti di orizzontalità e verticalità tra due melodie che si sovrappongono, proprio quei rapporti che abbiamo intenzione di scompaginare con l’autoformazione, ribaltando la sempre maggiore verticalità dell’insegnamento universitario ex cathedra nell’orizzontalità del confronto e dello scambio. E’così che ci piace imparare.

Di.S.C. – Dipartimento dei Saperi Critici