Quale vita in questa crisi? – 2° incontro: Nella morsa del debito

debtconsolidation1introduzione e spunti per la discussione:

Dicono che  tutto partì dai subprime, si parlò di derivati, crebbe la fama dei titoli di stato, spread ed eurobond. Questi termini in realtà nascondono solo una cosa: debito.

Da quasi quarant’anni, infatti, il capitalismo ha assunto la pratica del debito come nuova forma di sfruttamento e disciplinamento, più oppressiva, più totalizzante e più distruttiva. Il debito ha rappresentato la grande illusione, la possibilità di soddisfare nell’immediato i bisogni materiali, di trasformarci tutti in imprenditori di noi stessi, la possibilità di godere nel breve periodo di stabilità e soddisfazione materiale in cambio di una promessa futura. Ma il debito non è futuro, non è circoscritto. Il debito è sempre, il debito è tutto.

Il debito ha allargato i tentacoli dello sfruttamento capitalistico a tutto il nostro tempo, a tutto il nostro spazio, arrivando a controllare ogni aspetto della nostra vita e dei bisogni. È proprio questo lo scopo delle politiche neoliberiste: sostituire il welfare state con il debtfare, cancellando quindi i diritti conquistati e garantiti dallo stato con lussi concessi tramite indebitamento.

La crisi del debito si sta dunque presentando per quello che è davvero: un riassesto del sistema capitalistico volto a trasformarci tutti in debitori perennemente controllati e valutati senza distinzione di sesso, età, titolo di studio e situazione professionale.

È sulla valutazione di solvibilità che infatti viene concesso il credito. Detto in altri termini, se si ha bisogno di studiare, se si ha bisogno di farsi curare, se si ha bisogno di spostarsi, se si ha bisogno di svagarsi, alla luce della privatizzazione di ogni aspetto della vita, occorre indebitarsi, chiedere dei soldi in prestito solamente per poter godere dei bisogni più naturali. Ma il credito non si concede così facilmente, occorre, da parte del capitale, avere la garanzia che la sua fiducia venga ripagata in un futuro ben stabilito costringendo le persone a cedere ad ogni tipo di ricatto per poter ottenere una valutazione positiva e pagare quindi il debito.

Con questo strumento siamo costretti ad accettare ogni tipo di lavoro, a conformare il nostro comportamento con le esigenze del sistema, cancellare i nostri desideri e ridimensionare i nostri bisogni. La soggettività del’”uomo indebitato” viene quindi assimilata alle logiche aziendalistiche, senza tenere conto della storia personale di ogni individuo, dei suoi talenti, delle suoi sogni e delle sue speranze. Il debito che da anni sta strangolando interi paesi non è quindi solamente una questione contabile, non si tratta di voci di bilancio che non tornano, non è casuale ma è voluto, rappresenta la trasformazione ultima del capitalismo, che attraverso la paura e la colpevolizzazione degli indebitati sta allargando le trame del suo sfruttamento a tutta la vita.

Non si tratta quindi solo di capire in che modo la speculazione edilizia e i conseguenti pignoramenti di case negli Stati Uniti abbiano portato a diktat e governi commissariati nel vecchio continente. Si tratta di comprendere in che modo queste operazioni finanziarie stiano legittimando una condizione di vita, di capire come il debito influisce e condiziona ogni aspetto della nostra vita, da quando ci svegliamo e andiamo al lavoro o all’università, a quando ritorniamo a dormire nelle nostre camere in affitto e nelle nostre case ipotecate.

Comprendere come il capitale stia usando l’arma del debito per indivualizzarci e colpevolizzarci è necessario per rispondere colpo su colpo attraverso la cooperazione a la solidarietà.

Da tutto ciò nasce l’esigenza di confrontarci su uno dei temi più “popolari” degli ultimi anni per tentare di darci una spinta tutti insieme e rifiutare una vita modellata intorno al ricatto del debito.

 

ne parleremo con:

Raffaele Sciortino – Ricercatore
Andrea Bortolin – Dipartimento Saperi Critici

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