Quale vita in questa crisi? – 3° incontro: Reddito di (r)esistenza e nuovi diritti

11834712_94564a669b_o-400x300introduzione e spunti per la discussione:

Le odierne contingenze ci parlano di un’Europa frammentata e in declino in cui l’acronimo PIIGS è lo stigma che, qualificando i Paesi interessati come enti di serie B, lascia mano libera alla Troika e alla BCE di imporre su di essi politiche d’austerity, tagli ai sistemi di welfare e privatizzazione dei servizi.

Ma in questo gioco di tecnocrazie finanziarie e bancarie, che ne è degli individui?

Schiacciati tra le retoriche meritocratiche e le logiche d’indebitamento, ci scontriamo con una precarietà che, tra qualche contratto a termine, la cassa integrazione agli sgoccioli, la povertà diffusa, attraversa ogni strato della società e pervade l’intera vita di ognuno. In Italia le ricadute della crisi si stanno incuneando in un sistema di welfare di stampo lavorista e familista in cui l’attacco generalizzato alle condizioni lavorative e ai diritti dei lavoratori si trascina dietro, a caduta, lo smantellamento di tutte le conquiste sociali ottenute con le lotte degli ultimi settant’anni. Guardiamo, a titolo esemplificativo, quanto sta accadendo con le riforme dell’istruzione, dai primi cicli all’università, o l’arretramento vorticoso del dibattito su salute-lavoro.

Merito, debito e precarietà si pongono all’interno di un unico paradigma disciplinante che parla la lingua del ricatto e addita ogni tentativo di non assoggettamento come choosy, sfigato, violento. Lo stesso discorso pubblico è oggi permeato da queste retoriche e sempre più frequentemente si riproducono meccanismi accusatori che provocano sensi di colpa e, insieme alle condizioni materiali sempre più difficili, tentano di schiacciare la possibilità di ribellarsi a quanto ci viene imposto. La costruzione di questi immaginari istituisce una cortina attraverso cui i nostri desideri sfumano per far posto a presunti obblighi e tenta di porre in secondo piano i bisogni soggettivi e collettivi in nome di ipotetiche conseguenze peggiori.

La ricaduta biopolitica delle dinamiche economiche in atto è ormai evidente in ogni ambito: dalla femminilizzazione del lavoro, allo sfruttamento delle risorse naturali comuni, all’espropriazione della ricchezza prodotta attraverso la cooperazione  sociale, alla mercificazione di ogni qualità dell’individuo. Sotto attacco, oggi, è la possibilità stessa di compiere scelte libere e autonome, in una parola, di autodeterminarsi.

Da quali basi possiamo far partire la costruzione di un modello sociale alternativo a quello presente?

Uno strumento, oggi largamente dibattuto in Italia e non solo (in molti Paesi europei già ne esistono alcune forme), è il reddito universale e incondizionato, sia nella sua forma diretta (corresponsione di denaro), sia nella forma indiretta (accesso ai servizi). In quanto misura redistributiva della ricchezza prodotta dalla cooperazione sociale, il reddito diventerebbe strumento di liberazione ed emancipazione dalle imposizioni attuali provocando trasformazioni nelle relazioni sociali, sia in ambito lavorativo, che in ambito domestico-familiare. Oggi sono i nostri corpi e i nostri desideri ad essere messi a valore, provocando forme di alienazione nuove, ma non meno mortificanti di quelle fordiste; la possibilità di riappropriarsi di quanto ci viene espropriato attraverso le rinnovate forme di accumulazione capitalistica permetterebbe dunque anche di innescare processi di soggettivazione e nuove dinamiche di conflitto dentro e oltre la crisi, ponendo le basi per la costruzione di una nuova prospettiva futura in cui al centro siano posti i nostri bisogni e i nostri desideri.

Un altro elemento di dibattito oggi sono le nuove pratiche di mobilitazione che possano essere efficaci alla luce delle trasformazioni in corso: a partire dalla proposta sul reddito, cosa significa oggi praticare il conflitto in ambito europeo? E come si possono riarticolare e mettere in connessione le lotte territoriali, le vertenze sul lavoro e il dissenso diffuso per le politiche che stanno accompagnando la crisi? E come possono essere riarticolate le forme di sciopero nell’era della precarietà esistenziale?

A queste problematiche si aggiungono pratiche di mutualismo che, spesso per necessità, si stanno manifestando nelle nostre società, ma che spesso si inseriscono all’interno del doppio rischio di diventare forme ghettizzanti e isolanti, oppure di essere sussunte proprio all’interno di quegli stessi meccanismi da cui si sta provando a sfuggire. In quale modo possiamo trasformare le nostre microresistenze (singole e in relazione) in atto politico che si ponga alla base di una società del comune?

Apriamo la discussione a partire da queste domande e dal percorso che ha attraversato lo sciopero generale europeo del 14 novembre, guardando alle scadenze continentali della prossima primavera.

 

ne parleremo con:

Andrea Fumagalli – Università di Pavia
Reanato Busarello
– Smaschieramenti
Caterina Peroni
– Fuxia Block
Bruna Mura
– Di.S.C.

video dell’incontro:

 

torna alla presentazione del seminario