Riflessioni verso Agorà99 – Contributo al workshop “University: Education, Research and Precarity” [Ita-Eng]

agorà2Il mondo universitario e della formazione in generale è stato uno dei più colpiti dalla ristrutturazione neoliberista in atto da anni. Non solo in Italia, le politiche di austerity che accompagnano la sempre più invadente governance neoliberale stanno trasformando per sempre quelli che una volta erano i luoghi deputati alla creazione di conflitto e sapere critico.

A partire dal Bologna Process, la Riforma Moratti e arrivando alla Riforma Gelmini, il mondo della formazione in Italia è andato gradualmente decomponendosi. Le conquiste degli anni passati ottenute grazie a grandi e radicali mobilitazioni del mondo della formazione e non solo, relativi a inclusione e qualità dei servizi vengono distrutte una dopo l’altra. Riduzione degli investimenti e aumento delle tasse fanno il paio con la crescente precarizzazione della società per cui risulta sempre più difficile permettersi di iscriversi all’università e viverla a tempo pieno. Ma non è solo la progressiva elitarizzazione che evidenzia la trasformazione in apparato neoliberale. La trasformazione dell’università in dispositivo di governo si ottiene sopratutto nel cuore della nostra istituzione: la creazione di conoscenza.

Se in passato il mondo accademico aveva un ruolo fondamentale nello sviluppo di soggettività che, partendo da un osservazione critica della realtà circostante, si facevano promotori del cambiamento, ora le risorse e gli strumenti forniti dalle università sono strettamente funzionali alla riproduzione del sistema attuale che si basa su principi di utilità e profitto. Viene quindi fatta una distinzione tra saperi “utili” e saperi “disutili” (superando di fatto l’ormai classica contrapposizione tra “scienze naturali” e “scienze umani”), saperi su cui vale la pena investire perché garanti di un ritorno immediato in termini economici e di potere, e saperi che invece è bene eliminare o rendere innocui, allontanandosi progressivamente dall’interdisciplinarietà e dalla cooperazione in una rincorsa al feticcio di un sapere tecnicizzato, quello che, una volta assimilato in pillole di nozioni e concetti precostituiti e mai messi in discussione, permetterebbe a ciascuno di noi di essere considerato produttivo e dunque spendibile sul mondo del lavoro, oltreché naturalmente predisposto ad essere sfruttato accettando la precarietà come unica condizione di vita possibile.

In supporto a questo sistema di gestione del sapere si affiancano gli strumenti di valutazione e classificazione che, grazie alla situazione di crisi ed alle ricette proposte per una sua risoluzione, godono di rinnovata vitalità. Secondo la logica anglosassone dell’accountability (misurabilità), ogni studente, insegnante, professore o ricercatore dovrà sottoporsi ad un processo di valutazione permanente in base a criteri e parametri che verranno imposti dall’alto di volta in volta per rispondere a specifiche esigenze economiche o di funzionalità. Ad ogni persona sarà quindi associato un valore, un punteggio in modo da creare una graduatoria, una classifica di “merito”. Ai primi della classifica, i “meritevoli”, saranno destinati premi, borse di studio, finanziamenti o posti di lavoro, però sempre limitatamente alle disponibilità economiche presenti in quel momento.

Un’eventuale riduzione delle risorse infatti comporterà ad esempio una diminuzione del numero delle borse di studio e conseguentemente degli studenti “meritevoli”, con in parallelo il trasferimento della responsabilità dell’esclusione agli stessi esclusi, rei di non essere sufficientemente “meritevoli” in base ai presunti criteri oggettivi di valutazione. Tali meccanismi di imposizione di responsabilità e creazione di sensi di colpa non sono diversi da quelli in atto nel discorso relativo alle cause dell’attuale crisi economica e alle conseguenti misure di austerity: in passato abbiamo sbagliato perché abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità e quindi adesso dobbiamo accettare i sacrifici dell’austerity. Si innescherà perciò una sorta di gara tra i singoli studenti, professori o ricercatori per primeggiare in queste classifiche e sperare quindi di rientrare tra i meritevoli. Saranno pertanto incentivati comportamenti egoistici e competitivi a discapito della collaborazione e del confronto che sono invece i motori principali di un percorso libero e positivo di apprendimento, di formazione e di produzione di saperi.

Partendo da questa analisi di fase sullo stato dell’università italiana, abbiamo dato vita al progetto del “Dipartimento dei Saperi Critici” (DiSC) prendendo posizione dentro e contro il processo di cambiamento in atto, combattendo sia la nuova riorganizzazione delle facoltà in dipartimenti che amplificano di fatto le problematiche del sistema pre-riforma di cui sia chiaro non abbiamo alcun rimpianto, e il progressivo smantellamento di ogni forma di sapere critico ed autonomo che nasca dalla libera condivisione di esperienze e conoscenze. Abbiamo quindi strutturato il nostro intervento su due linee che continuano ad intrecciarsi ed a contaminarsi: da una parte l’utilizzo dell’auto-formazione, da sempre nostro punto di forza nella costruzione di saperi e conoscenze slegate dalle logiche sopra descritte e che quindi siano vere promotrici di cambiamento e innovazione. Dall’altra parte abbiamo cominciato un lavoro di inchiesta e co-ricerca che analizzi cosa voglia dire oggi vivere l’università, interpellando tutti quei soggetti che l’università la attraversano e la costruiscono giorno per giorno. Strumento doppiamente utile in quanto permette non solo di entrare in contatto con gli studenti che, causa la ristrutturazione dei corsi e più in generale dell’università si ritrovano in un contesto che produce individualità e che sempre più assomiglia ad una fabbrica che sforna contenitori passivi di nozioni piuttosto che ad un luogo di produzione di un sapere vivo. Inoltre con l’intervista si invita il soggetto a riflettere sulla propria condizione incentivando così uno sguardo critico che può dare vita ad un processo di soggettivazione virtuoso, promotore della volontà di mettersi in gioco per determinare la propria vita.

In linea con le similitudini riscontrate nella gestione del mondo della formazione e in quello più ampio e generale dell’amministrazione neoliberale della crisi, abbiamo ritenuto imprescindibile inchiestare non solo la vita all’interno degli atenei (partecipazione alle lezioni e i contenuti delle stesse, utilizzo degli spazi messi a disposizione e loro effettiva efficacia, aspettative riguardo il proprio percorso di formazione…) ma anche quella al di fuori, nel contesto cittadino e metropolitano. Infatti l’essere esclusi per motivi di merito dall’accesso alle poche e risibili risorse del welfare studentesco (alloggi, mense, biblioteche, libri di testo…) e il non avere risorse finanziarie sufficienti a garantirsi l’esperienza universitaria, condiziona pesantemente la vita dello studente, costretto fin da subito ad entrare in un mondo del lavoro che lo vuole precario e sottomesso. Il tutto per portare avanti un’esperienza, quella universitaria, che dalle interviste e dai dati raccolti risulta aver perso ogni forma di fascinazione e attrazione, non garantendo ormai nè una fonte di reddito che permetta una certa stabilità, nè la sua funzione di ascensore sociale che invece negli anni passati in qualche modo assicurava.

Concludendo, siamo fermamente convinti che la strada dell’inchiesta e della co-ricerca sia indispensabile nel fornirci nuove lenti per leggere la situazione che stiamo vivendo e nell’ampliare la “cassetta degli attrezzi” utili a scardinare lo stato di cose e a dare vita ad un processo costituente di un’università che sia vera espressione del comune. Nel perseguire questo obiettivo riteniamo che questo intervento, per avere una reale incidenza, debba essere affiancato dalla rivendicazione di un reddito di base garantito a tutti e slegato da prestazioni e valutazioni, non sostitutivo ma parallelo ai servizi che scardini il clima competitivo ed egoistico che caratterizza la realtà in cui siamo immersi e che ci costringe a competere per impossessarsi delle sempre più esigue risorse messe a disposizione dal sistema. Solo ottenendo questo reddito d’esistenza potremo liberare il nostro tempo, le nostre relazioni e il nostro pensiero per dedicarci alla creazione di saperi critici e liberi che abbiano la tendenza alla trasformazione della società attuale.

English version:

Since many years neoliberal politics have been focusing on the destruction of university and education more generally. Not only in Italy politics of austerity combined with neoliberal governance are transforming places that have been always creating conflict and critical knowledge

Starting from Bologna process, up to Moratti’s and Gelmini’s reforms, Italian education have been gradually breaking down: in the past years we strived for and obtained great results through radical and massive mobilizations fighting for inclusion and service quality, that nowadays are destroyed by the new politics. Investment reduction and tax increase are combined with a growing precarization in the society, that results in growing economic difficulties for people who want to enroll at university and live it full-time. Neoliberal politics within education system are not just obtained by a progressive elitarisation, but especially by controlling the core of this institution: the creation of knowledge.

In the past, university had a main role in promoting the development of subjectivities and was a promoter of change in society starting from a critical observation of reality. Instead nowadays tools and resources offered by university want just to reproduce the present system, that is rooted in profit and utility. Therefore there is a distinction betweeen “useful” and “unuseful” knowledge ( the classical contrapposition between natural and human sciences is almost overtaken), knowledge in which is worth to invest because it grants political and economic advantages, and knowledge that is better to get rid of, leaving iterdisciplinarity and cooperation and looking for a technical knowledge: this kind of knowledge consists of notions and preconstituted concepts never put into question, that would permit us to be considered productive and perfect for the world of work, and also ready to be exploited by accepting job insecurity as the only possible condition.

Near to this management of knowledge evaluation and classification tools have gained in these years an important role thanks to the situation of crisis and the following suggested resolutions. According to the Anglo-Saxon logic of accountability, every student, teacher, professor and researcher will be permanently evaluated according to top-down criteria that are tought to meet specific economic needs. Every person will be therefore associated with a value, a score in order to create a classification about merit. The winner, so the “deserving”, will be rewarded with scolarships, jobs, financing, obviously limited to the related economic possibilities.

A reduction of resources could involve less scolarships and as a consequence less “deserving” students, with the responsability of exclusion shifting on the excluded students, guilty because they aren’t “deserving” enough according to “objective” evaluation criteria. These mechanisms of imposition of responsability and feeling guilty are not different from the discourses about the causes of the present economic crisis and the following austerity misures: we have failed in our past because we lived above our possibilities and so we have to accept the sacrifices that austerity involves. It will produce a kind of race between students, professors and researchers that will try to stand out in these classifications and became “deserving”. Egoistic and competitive beaviours will be therefore promoted instead of collaboration and confrontation , that are the main driving forces for a positive and free learning, education and knowledge production.

Starting from this analysis of the italian university we have created the project Disc, taking position within and aganist this process of transformation, fighting against the new reorganization of faculty in departments, process that is increasing problems already present in the pre-reform system, that we are not regretting in any case. Moreover, this process is destroying every kind of criticism about autonomous knowledge that develops in a free sharing of experiences and knowledges. We have organized therefore our action in two different but at the same time intertwined ways: on the one hand “self-development”, our strong point in the construction of knowledge far from the logics entioned above, that are really promoter of change and innovation. On the other hand, we have decided to try a work of survey and co-research, able to analyze what university means nowadays, speaking with all the subjectivities that build and experience it everyday. This is a double tool, because in this way we can communicate and get in touch with students more and more individualized due to the university and courses reorganization that creates a factory-like university that produces passive container of notions rather than production of living knowledge. Moreover the interview helps the people interviewed to reflect about their conditions, promoting a critical point of view that may help in the building of self consciousness and subjectivization and the will of being at the forefront to determine their own lives.

In line with the similarities noticed in the education system and more generally in the neoliberal politics during the crysis, we tought it was necessary also not just to ask about the life within university (courses partecipation and its subjects, use of spaces at disposal and their effectiveness, expectations about own particular educational path..), but also about life outside it, and so in the metropolitan context. Thus, the exclusion according to reasons of merit from the few resources provided by student welfare (accomodations, libraries, canteen, course books..) and the lack of economic resources necessary to grant the university experience influences massively the life of students, forced to enter a world of work in which they are exploited. More generally, according to the interviews and what we gahtered up, university seems to have lost its attractiveness, because it doesn’t grant any income possibilities or even stability, and has lost also its function of “social elevator”, that at least granted in the past years.

To conclude, we are sure that survey and co-research are necessary to build new perspectives to understand the context in which we are living and also to build up our tool box, that is very useful to break up the present situation and create a new university, real expression of commons. To reach this goal we think that this action, to obtain a real effect, should be accompanied with the claim for a granted basic income for everyone, that must be untied from evaluations and performances, in order to destroy competitiveness and egoism. These two features are strongly present in our reality and force us to compete and struggle between one another to take over the few resources that our system nowadays makes available. Just by obtaining this basic income we can eventually free our time, our relations and our thinking in order to committ ourselves in creating critical and free knwledge, that aims at the transformation of our present society.