Rosa sangue – Note a margine sui fatti di Gerusalemme

pinkwashingtratto da fuxiablock.org

Gerusalemme – 30 luglio 2015, un serpente arcobaleno si snoda per la strade di Gerusalemme: migliaia di persone celebrano la giornata dell’orgoglio gay, che, come ogni anno, irrompe nello spazio pubblico di centinaia di città nel mondo. Bastano una manciata di secondi perché in mezzo alla confusione della folla si faccia spazio Yishai Schlissel, ebreo ultra-ortodosso, che armato di pugnale ferisce sei persone di cui due in modo molto grave. Non è la prima volta per lui, che nel 2005 aveva accoltellato tre persone nella medesima manifestazione e ha appena finito di scontare dieci dei 12 anni di carcere a cui era stato condannato. Le condizioni di una delle sei vittime appaiono subito molto gravi e nel giro di un paio di giorni la sedicenne Shira Banki muore in ospedale.

Le reazioni del mondo istituzionale israeliano non si fanno attendere ed è il premier Benjamin Netanyahu ad affermare, inviando le proprie condoglianze alla famiglia: “Shira è stata assassinata perché stava coraggiosamente sostenendo il principio che ogni persona ha il diritto di vivere la propria vita con dignità e nella sicurezza". E continua dicendo che: “non lasceremo che questo odioso delitto mini i valori fondamentali su cui si fonda la società israeliana”. Partiamo da qui, da queste parole, che abbiamo letto con sconcerto. Partiamo dal domandarci di quale diritto alla dignità e alla sicurezza il premier israeliano parli, e quali siano le persone a cui fa riferimento.

Non meno di un anno fa abbiamo assistito furios* allo spettacolo dei bombardamenti israeliani nella striscia di Gaza, quando in 14 giorni alla ricerca di alcuni fantomatici “terroristi”, sono stati brutalmente assassinati oltre 500 civili palestinesi.

Abbiamo assistito furios* ad oltre sessant’anni di occupazione israeliana, di apartheid, vessazioni, stragi civili nei confronti dei territori e della popolazione palestinese. Nella ferocia del colonialismo israeliano ci è stato impossibile cogliere le tracce di democrazia, rispetto della vita umana e sicurezza che il premier Netanyahu propaganda.

Eppure, intorno ai fatti di Gerusalemme, si agitano implicazioni ben più striscianti. Da oltre dieci anni infatti i ministeri del turismo e degli esteri israeliani hanno lanciato una campagna di marketing globale volta a finanziare festival gay-lesbo-trans-queer in giro per l’Europa e il nord America, con la manifesta volontà di promuovere il “brand Israel” e rendere il paese una meta del turismo gay internazionale. Una (evidente) strategia di “pinkwashing”, un tuffo nel rosa che consente, in virtù della difesa e dell’incentivo dei diritti LGBT, di lavare via l’immagine macchiata di sangue e di anni di imperialismo e colonizzazione dello stato israeliano. Ammantato di rosa, lo stato israeliano si fregia di politiche integrazioniste e tolleranti in cui, pienamente allineato con la conclamata civiltà occidentale, nasconde e si autoassolve da anni di stragi e violenze. Si segna così la profonda linea di demarcazione tra la barbarie del resto delle regioni mediorientali, macchiate da terrorismo, guerre di religione, fanatismo e inciviltà, e la democrazia israeliana, portatrice dei più alti valori di innovazione, progresso e tolleranza. Definendo chiaramente quale sia il “lato giusto della storia”, tracciando la morfologia dell'Occidente maschio, bianco e proprietario, e combattendo indifferentemente tutto quello che si discosta da questa prospettiva, sia esso l'integralismo dell'ISIS oppure la rivoluzione femminista e anticapitalista della Rojava, ormai accomunate entrambe sotto l'etichetta di terrorismo.

Eppure questa maschera sapientemente costruita, in cui viene cucita strumentalmente la difesa dei diritti delle comunità LGBT, si sgretola facilmente sotto la brutalità dell’imperialismo israeliano e di anni di occupazione dei territori palestinesi, segregazione e razzismo.
Dove il discorso pubblico costruisce rassicuranti certezze democratiche, agisce nel quotidiano una violenza discorsiva e materiale, di cui i fatti di Gerusalemme sono solo un terribile esempio. L’”indignazione esemplare” per la morte di una ragazza di 16 anni al gay pride, o quella di un bambino palestinese di 18 mesi morto a Duma in Cisgiordania, in una casa data alle fiamme dai coloni israeliani, certo non riesce ad ingannarci: di fronte a un governo che è esso stesso una coalizione per il colonialismo e l’apartheid valgono a poco quattro parole di sconcerto istituzionale.

Non bastano certo a farci chiudere gli occhi e la bocca di fronte agli orrori che esse nascondono. Così come non ci faremo certo abbindolare da ogni patetico tentativo di ripulirsi la coscienza, convinti che basti una mano di rosa a nascondere il rosso del sangue di migliaia di palestinesi.

Anche il nostro paese non fatica ad allinearsi alla difesa dello status quo: l’Italia assiste da sempre silente al massacro palestinese e ribadisce ogniqualvolta sia possibile i suoi legami diplomatici con Israele.

La pratica purificatrice del pinkwashing sembra essere stata assunta e consolidata dalla governance neoliberale. Anche le nostre istituzioni non si sono sottratte a goffi tentativi di “tuffi nel rosa”, come la decisione di ospitare il gay pride all'interno di quel laboratorio neoliberista made in Italy che è l'Expò. Nel mentre avvallano ogni iniziativa volta a riportare in auge sacre inquisizioni, partendo dalle SentinelleInPiedi, passando per il carrozzone del Family Day, (dal palco del quale viene dato spazio e risalto sui media nazionali a invettive contro l’omosessualismo oppure tesi giustificazioniste sul femminicidio) arrivando alla censura posta dal neosindaco di Venezia Brugnaro sui “libri del male”.

Nessuno si salva da un discorso assimilazionista che, così com’era stato con i diritti delle donne, attraverso la tutela dei diritti LGTB si smarca da qualsiasi forma di accountability e permette la pericolosa deriva di discorsi razzisti, nazionalisti e omofobi. Non possiamo considerarci estrane* a queste dinamiche, nel momento in cui anche i movimenti LGBT nostrani accettano di veicolare un’immagine rassicurante e familiare dell’omosessualità, che nessun pericolo porta all’architettura machista ed eteronormata su cui il nostro sistema si regge.

Eppure l’omofobia esiste e agisce in modo capillare ancora oggi nelle nostre città, nei luoghi di lavoro, nelle relazioni. Il pestaggio di un uomo presunto omosessuale su un autobus a Genova, solo qualche giorno fa, è l’ultimo di una serie di aggressioni e ferimenti che dimostrano quanto sia impossibile considerare questo un problema archiviato.

Nuove e vecchie retoriche violente e giustificazioniste trovano spesso una sponda istituzionale, come nel caso della sentenza di assoluzione pronunciata dalla magistratura fiorentina sullo stupro avvenuto nei pressi della Fortezza da Basso, in cui viene messa in discussione l’attendibilità della ragazza per le sue abitudini di vita discutibili e la sua sessualità “spregiudicata”.

Come soggettività queer abitiamo queste strutture discorsive e ne viviamo noi stess*  le contraddizioni. Frammentat* in vite precarie, dislocate, atomizzat*, abbiamo imparato a riconoscere ogni forma di controllo e determinazione delle nostre vite. Nell’espressione del desiderio, della sessualità e dei corpi abbiamo individuato le nostre dimensioni di vivibilità, ma solo a costo di saper riconoscere e smascherare le forme di oppressione che su di esse agiscono. Riconoscere le forme di oppressione è un esercizio quotidiano che ci impedisce di assistere silenti al macabro spettacolo che va in scena sugli scenari mediorientali. La nostra azione e rivendicazione politica non può essere sorda alle forme di imperialismo, razzismo, colonialismo e omonazionalismo che ogni giorno Israele mette in campo. Non solo per un’attitudine ad agire nell’intersezione, a interrogarsi nel transculturale, nell’economico, nel biopolitico, ma anche e soprattutto perché abbiamo imparato a leggere nel discorso pubblico dominante le forme di dominio e non possiamo che denunciarle e combatterle.

 

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