Una CRUI non fa primavera!

primaverauniA Padova, come in tutte le univeristà italiane, in occasione del primo giorno di primavera, la CRUI ha lanciato la sua campagna per "salvare" l'accademia, dove discutere e risolvere (?) i vari problemi dell'università. Qui di seguito il primo di una serie di contributi che in questa giornata condivideremo attraverso l'hastag #primaverauniversita, proprio a dimostrare cosa noi studenti intendiamo per "ruolo sociale del sapere", dalla ricerca all'insegnamento, dalla gestione burocratica ai finanziamenti…

Non basta la CRUI per far primavera
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Ci sono voluti anni (ne sono passati ben sei da quando è stata approvata la riforma Gelmini) perchè a tutto tondo, in ogni ambito, ogni componente dell'università si rendesse pienamente conto dello “stato di sofferenza” dell'università. Student* e precar* della ricerca continuano da sempre a portare al centro del dibattito politico, sociale ed accademico le disfunzioni ed i disagi strutturali dell'accademia riformata, agitando di volta in volta varie questioni: dal problema di un sapere e di una ricerca sempre più asserviti ai criteri di mercato, sino a porre con forza il problema allarmante delle possibilità di accesso all'università, ISEE, tasse, borse di studio… Ultimamente però anche altre componenti hanno iniziato ad accorgersi dello stato in cui versa l'università e provano a costruire una dinamica di mobilitazione allargata che intende rendere più tiepida e frizzante l'aria accademica. È proprio nelle giornate del 20 e del 21 Marzo che, sotto la campagna #laprimaveradelleuniversità, in tutti gli atenei italiani, Padova compresa, vari soggetti situati lungo tutta la gerarchia accademica: dalla CRUI, ai docenti, a dottorandi e ricercatori (e anche qualche studente), proveranno a esprimere elementi trasversali di dissenso, costruendo momenti di informazione e dibattito che possano essere sintetizzati in un documento da proporre al governo.

Nel voler constatare lo stato sintomatico dell'accademia si intrecciano le rivendicazioni specifiche di ogni sua componente, come i docenti della #STOPVQR, rifiutandosi di inviare all' ANVUR i materiali per la valutazione della ricerca, volendo andare contro questo sistema valutativo dal quale dipende anche il blocco dei propri stipendi; o la Crui che esprime del disagio nel dover dirigere l'università attraverso fondi sempre più miseri; ai ricercatori che rivendicano una ricerca libera e sganciata dal mercato. Le ragioni di questa agitazione diffusa ruotano giustamente attorno al sistema della valutazione, messo a punto subito dopo i massicci tagli del 2008/2010: un sistema “meritocratico” e differenziale attraverso il quale vengono distribuiti quei miseri finanziamenti messi a disposizione dal governo. Obiettivi specifici che rivendicano in generale il rifinanziamento dell'istituzione universitaria e che reclamano, ribedendo il ruolo strategico di formazione e ricerca per questo paese.

In questo clima diffuso di attenzione verso una serie di problematiche che ci coinvolgono direttamente, riteniamo che la voce in questo frangente drammaticamente assente sia proprio quella studentesca, ancora una volta minimamente presa in considerazione, rivolgendosi a noi in quella modalità commercialeggiante che ci investe esclusivamente del ruolo di utenti e consumatori finali del “pacchetto formazione”, chiamandoci in causa giusto per scrivere qualche consiglio che verrà “sicuramente” preso in considerazione.
Ribadiamo con forza invece che chiunque abbia l'intenzione effettiva di problematizzare lo stato delle università non può in alcun modo prescindere dal rapportarsi primariamente con la soggettività studentesca. Riteniamo infatti il nostro come quel posizionamento di chi le conseguenze di questa università le avverte e le denuncia da tempo e che anche spesso e volentieri è stato sminuito e ostacolato proprio per questo motivo: un punto di vista da parte di chi ha ben chiaro lo stato del sapere e delle università italiane proprio perchè tenta di trasformarlo ogni giorno.
Ci sembra fondamentale sottolineare questo punto, anche e soprattutto guardando stupiti chi sta agitando questi venti di protesta e per quali motivi. Vorremmo ricordare ai docenti per esempio che essere contro il sistema della valutazione non significa solo essere contro il blocco dei propri stipendi, senza pensare al fatto che altre figure che mantengono in vita l'università come i ricercatori e le ricercatrici precarie, non hanno né stipendi, né tutele, sempre andando oltre ogni corporativismo s'intende… Così come non è possibile che i rettori che hanno accettato questo dispositivo, e che ripetiamo, si sono sempre adoperati per silenziare chi queste problematiche le faceva emergere nella loro giusta drammaticità e radicalità, adesso si rendano conto di quanto sia diffficoltoso dirigere un'azienda senza le giuste risorse economiche e non.

Ricordiamo come sia effettivamente la gabbia in ogni ambito universitario, essendo la principale causa di una differenziazione sempre più netta e drammatica fra atenei di serie A e serie B (geograficamente nord e sud); di una gestione aziendalistica dell'accademia; limite e criterio delle scelte intorno al sapere da trasmettere e delle ricerche sulle quali investire; dell'apertura a contributi e direzioni e fini privati e privatistici delle università; del sobbarcarsi sempre più a livello personale dei costi per una formazione superiore (aumento delle tasse, diminuzione di borse e aiuti); di un sistema accademico che in ambito lavorativo è costantemente bloccato, dal turn over, all'immissione e tutela del personale, al blocco degli stipendi.

Proprio per la centralità assunta dalla valutazione in quanto sistema e dispositivo, non è possibile prendere parola contro questa in maniera parziale, così come sta appunto avvenendo. Non è minimamnente sufficiente individuare e risolvere quella che è solo una piccola porzione del problema che si prefigge di rimanere nel raggio di personali e corporativi disagi, criticando solo quanto basta per vedere realizzati i propri interessi. Quello del blocco degli stipendi è solo l'ultimo fra gli immensi disagi che sta causando il sistema della valutazione e non si può essere contro questa volendo chiudere gli occhi su un sistema che in sé è complessivamente negativo. Così come la giusta richiesta di finanziamenti per gli atenei non potrà essere mai raggiunta se si continua avoler lasciare intatto e inattaccato quel sistema di meriti, di eccellenze, di valutazione “scientifica” che sono la base per nuove e più nette gerarchie ad ogni livello e per ogni soggetto del mondo universitario.

Altro punto è la ricerca, l'oggetto della valutazione non a caso, in quanto viene delineato come il principale prodotto spendibile che esce dalle mura universitarie. E' assolutamente condivisibile ed auspicabile porre al centro degli obiettivi quella ricerca che viene sempre più denigrata e che invece intende porsi come uno dei motori fondamentali per l'università, per il paese, per le nostre generazioni.
Affermare una ricerca libera e non spendibile sul mercato, significa interrogarsi sui criteri di tanto sbandierata scientificità di questa valutazione, su la ripresa e la sperimentazione di modalità differenti da quelle imposte oggi; interrogarsi su quale sia la funzione sociale della stessa. E però anche qui, assumere come centrale questo punto, significa anche necessariamente occuparsi dello status e dello stato di chi questa ricerca la svolge, come ha fatto emergere lo sciopero alla rovescia che i ricercatori e le ricercatrici precar*hanno messo in atto, continuando a ribadire che la ricerca è libera anche quando al ricercatore viene riconosciuto il proprio lavoro esattamente in quanto lavoro, con una sua stabilità lavorativa, economica e con delle tutele; una ricerca è libera quando il ricercatore può svolgere soprattutto la sua mansione senza perdersi in attività e dinamiche che non gli competono e che sono secondarie ai fini della ricerca in sé.

 

In conclusione una mobilitazione, per dirsi autenticamente generale, deve avere l'ambizione di porre a critica il sistema universitario nel suo complesso, poiché questo è il livello di pervasività del sistema di valutazione. Partire da sè, ma con l'intento di incrociare effettivamente i nodi critici e rivendicativi di ogni componente. Questo significa in primis avere la capacità di tradurre in termini generali un insieme di istanze che finora hanno parlato solo ad alcune, in questo caso si, di corporazioni, non riuscendo né ad ascoltare, né tantomeno ad informare una componente significativa come quella studentesca, tenendo presente che non si arriva neanche al minimo sindacale se per studenti da coinvolgere ci si riferisce solamente a quella magra rappresentanza, così poco rappresentativa sia verso le istituzioni, sia verso gli studenti stessi.

Per noi riconferire all'università quel ruolo strategico giustamente individuato, non può che passare per:

  • un dibattito effettivo attorno al tema della valutazione, che permetta di prendere posizione a livello complessivo in quanto dispositivo cardine e dispiegato;

  • la richiesta di un rifinanziamento massiccio e orizzontale di ogni ateneo, a prescindere dal numero dei suoi poli di eccellenza, delle aziende che è in grado di interessare, degli studenti meritevoli che è in grado di sfornare, dei lavori di ricerca conformi a parametri ed interessi esterni e antisociali: un rifinanziamento sganciato dal sistema di valutazione e non sottoposto alle retoriche del merito;

  • l'attivazione economica e sociale che permetta un accesso non selettivo, ma veramente libero e gratuito, dettato dal desiderio, ad ogni gradino e altezza del percorso universitario. Non è possibile che problemi di tipo economico e welfaristico diventino delle barriere insormontabili capaci di negare possibilità e futuro;

  • una ricerca che venga riconosciuta anche dal punto di vista lavorativo, sovvenzionata, libera e con una funzione sociale. E un sapere altrettanto capace di spaziare in forma critica su di ogni ambito, problematizzando che tipo di sapere propone oggi l'università;

  • riportare al centro la funzione sociale dell'università: che sia questo il suo criterio di funzionamento interno, ma che sia soprattutto sua ambizione primaria prendere parola e posizione verso le situazioni sempre più drammatiche di cui stiamo facendo esperienza. L'università dovrebbe prendere posizione netta e forte contro la guerra vicina e lontana, contro l'attuale gestione dei confini e dell'accoglienza nazionale ed europea. Questo interesse deve prevalere in maniera incommensurabile rispetto ad ogni necessità di mercato e di prestigio: è un ruolo che non va solamente dichiarato, ma praticato in ogni suo frangente, dalle scelte della ricerca e della didattica, all'utilizzo del proprio posizionamento politico e sociale.

     

La primavera senza questi punti rimarrà un tiepido venticello che non saprà andare oltre le mura di qualche aula istituzionale.

 

 

DiSC – Dipartimento Saperi Critici