Una Repubblica in comune – Un dato e qualche considerazione sul Marzo francese

 

docparigi

tratto da bioslab.org

 

Quando si entra dentro place de la “Republique”, salta agli occhi un primo –e forse l’unico- dato certo di queste settimane a Parigi: in piazza sono sedute, camminano, discutono, inventano, tramano, si ritrovano migliaia e migliaia di persone.

A partire da questo elemento, quotidianamente presente e visibile ormai da settimane, è un compito non semplice e certo non definitivo formulare qualche considerazione sul marzo francese.

Due elementi sembrano centrali, rimettendo al centro una tradizione tipicamente francese: la questione del tempo e quella dello spazio. Fin dal primo imponente corteo del 31 marzo infatti – seppure nelle settimane precedenti erano stati numerosi i momenti assembleari nelle università, le occupazioni dei licei, le manifestazioni partecipate – il tempo è messo a tema nelle discussioni dell’assemblea generale. Si decide collettivamente che questo marzo, sotto le insegne di una nuova Primavera, non deve finire. Per questo i giorni a venire, e le Nuit Debout -le notti in piedi-, sono al 32 di marzo, al 33, al 34, fino all’attuale 46 marzo. Una temporalità che disinnesca il tempo lineare, il tempo del governo, il tempo dello Stato e delle istituzioni europee, il tempo del lavoro, per imporre una nuova temporalità che dal basso, comunemente, viene riempito e significato. Un calendario che memore di tempi rivoluzionari, impone nuove pause e nuove ore, in sintonia con le pause e le ore di una moltitudine ora sovrana delle strade e delle piazze.

Il marzo francese è però anche una questione di spazio. Fin dai primi sussulti, il 9 marzo e ancora prima con l’insoddisfazione seguita al progetto di riforma del lavoro El Khomri, dal nome della prima firmataria della legge, sembra centrale la capacità di tornare ad attraversare e riempire quegli spazi silenziati di decine di città della Francia, da Lione, a Tolosa, a Marsiglia, a Parigi.

La Francia delle mobilitazioni è infatti la stessa Francia degli attentati terroristici, quella che con fatica nell’ultimo anno è passata attraverso il dolore collettivo, la violenza, e la risposta reazionaria del governo. Dall’attentato alla sede del giornale satirico di Charlie Hebdo, agli attentati del 13 novembre dislocati per la città di Parigi, una cappa di silenzio e repressione è calata sulla città e su tutta la Francia. Il suo nome è Stato d’emergenza e a colpi di rinnovi, di tre mesi in tre mesi, ha continuato ad imperversare e solo per un soffio, e grazie alle mobilitazioni che contro essa si battevano, non è stato incluso, come unica eccezione codificata nella regola, nella Costituzione francese. Uno stato d’emergenza che si traduce nel potenziamento della discrezionalità delegata a forze dell’ordine e magistratura, coprifuochi, limitazioni della libertà di movimento, di stampa, di riunione. Una complessa stretta securitaria che nel nome della repressione al terrorismo silenzia genericamente il dissenso, imponendo la legge dell’esercito là dove coesiste la complessità, l’eterogeneità, la pluralità. Materialmente questo si traduce in uno spazio pubblico raggelato, controllato, imbavagliato.

La risposta della Nuit Debout, come fin da subito le proteste si sono rinominate, è allora per prima cosa una risposta di rottura, una frattura nel muro dello stato d’emergenza, uno spiraglio di “liberazione” che ogni giorno, con le unghie e con i denti, viene faticosamente spalancato.

Nuit Debout ovvero più di sessanta città, più di sessanta piazze che vegliano rumorosamente ogni notte, più di sessanta cortei. Una contestazione caleidoscopica che muta, è contestuale, risponde ai territori specifici, ma apre dovunque lo stesso interrogativo e la stessa rivendicazione: rifiuto della Loi Travail, rifiuto dell’austerity, rifiuto della precarietà codificata per legge.

Tra tutte le piazze che in queste settimane si sono riaccese, è certo Place de la Republique quella che simbolicamente riunisce alcuni degli aspetti più controversi, ma anche più sovversivi, della mobilitazione in corso.

La piazza, che dagli attentati in poi ha rappresentato la piazza del lutto e della celebrazione collettiva del ricordo, è stata riempita fin dal 31 marzo su richiamo della proiezione del documentario Merci, Patron!, al termine di un imponente corteo e da quel momento non si è mai svuotata. La piazza è concessa ogni giorno dal pomeriggio alla mezzanotte, e ogni giorno all’alba viene sgomberata. E’ un lavoro meticoloso di scomposizione e ricomposizione quello che attivisti e attiviste, cittadini e cittadine, fanno ogni giorno per dare vita agli stand, ai gazebo, ai punti d’informazione, all’amplificazione, dopo gli sgomberi mattutini.

La piazza è una piazza fluida e composita, nella quale sono molte e spesso contraddittorie le anime che la attraversano: dalle ali minoritarie e dissidenti del partito di governo, ai partiti extraparlamentari di estrema sinistra, ai collettivi, le associazioni, le cooperative, e soprattutto migliaia di persone non organizzate. Questa complessità in qualche modo è anche la fonte di una peculiarità finora moltiplicatrice di energie, azioni, discussioni. Se è vero che l’ispirazione viene dai movimenti Occupy e dalle piazze spagnole, che dal #15M a Podemos hanno reinventato nuovi strumenti e linguaggi per la democrazia radicale, è vero anche che le mobilitazioni francesi si smarcano dai “Maestri” per costruire strade inesplorate di partecipazione e movimento.

Nella piazza sono decine le Commissioni che, dalla democrazia, alla logistica, all’animazione, all’educazione, al Femminismo LGBTQI, ai migranti, generano assemblee quotidiane poi riportate nei loro contenuti all’assemblea generale del pomeriggio. Commissioni che di giorno in giorno si moltiplicano e allargano, facendo detonare le possibilità di rivendicazione. A partire dalla contestazione della Loi Travail infatti, sembra fin da subito essere esploso in un’infinità di rivoli il quadro delle riflessioni e contestazioni che dalle commissioni prende vita: si parla di lavoro ma anche di reddito di esistenza, si parla di precarietà ma anche di diversity management, si parla di istruzione ma anche di licenziamenti, si parla di migranti e di confini, di Europa e istituzioni europee, di ambiente e territorio, di sessismo e razzismo, di cultura e arte indipendente. A partire da una piattaforma condivisa cresce e muta il discorso che dalla piazza prende vita, diventando la rivendicazione- quasi sempre in termini antilavoristi- di un’altra vita possibile, di un’altra città possibile, di un altro sistema possibile. E allora sui cartelli compare: “Lavorare meno, vivere di più!” ma anche “La mia identità non è nazionale!” e “I nostri desideri fanno disordine!”. I contenuti sconfinano dalla costruzione di una democrazia possibile allo scandalo dei Panama Papers, fino ad un modello di Europa esclusivo ed escludente. Sotto la pioggia un corteo spontaneo parte da Republique per difendere dallo sgombero l’accampamento di migranti alla fermata della metro Stalingrad: sembra passare da questa solidarietà e mutuo aiuto la convergenza delle lotte.

Ogni ora, per le numerose ore della giornata, la piazza si riempie di persone differenti, dalle assemblea della giornata alle notti in piedi, ma ogni giorno sembra ricomporsi quel tessuto sociale vivo e latente che nelle sue forme più o meno organizzate costituisce la trama di una città mai spenta.

La piazza si gonfia, e poi deborda. Non sono le assemblee le uniche protagoniste della Nuit Debout, ma sono anche i cortei, le ore di scontri a Nation, il 40 di marzo, sono le manif sauvage che dalla piazza irrompono nei boulevard, quelle dirette all’apéro chez Valls, quelle verso l’occupazione della stazione di St. Lazar. Sono i blocchi stradali e le occupazioni dei licei, sono i presidi e i cortei selvaggi, in una situazione che muta di ora in ora, in cui, come fosse un movimento respiratorio, ondate di persone si riversano nella città e poi tornano nella piazza.

Il futuro della mobilitazione sembra imprevedibile, per la fluidità e il modo repentino in cui la situazione si modifica e precipita: di ieri notizia dell’interruzione della conferenza del Festival di Cannes da parte degli Intermittenti dello spettacolo, così come gli scontri a Jaures a qualche metro da Republique, coi lacrimogeni lanciati in mezzo al traffico che scorre.

Di certo c’è che se un respiro radicale, rivoluzionario, si libera da queste settimane, passa necessariamente da una riappropriazione dello spazio pubblico, dalla volontà di risignificarlo, in comune: dai giardinieri intenti a piantare i tulipani nelle aiuole di Republique, alle centinaia di persone che con tempere e gessetti ogni ora lasciano frasi e pensieri sulla pavimentazione della piazza, all’occupazione spontanea, continuativa, imperiosa, non solo delle piazze, ma anche di un discorso pubblico atrofizzato, spazzando via la retorica da etat d'urgence del Front National. Dalla volontà di occupare e riempire uno spazio che torna a chi le città le vive e le attraversa, passa la possibilità istituente di una democrazia radicale possibile, di una comunità d’intenti che non mortifica, non brutalizza, ma potenzia i desideri e le capacità espressive e costruttive di ognuna e ognuno di noi.

E allora nel mezzo del silenzio assordante dei media italiani, che dalle televisioni, ai giornali, alle radio, rifiutano di raccontare una stagione di rivolta in Francia forse troppo pericolosa per un’Italia dal volto reazionario, è necessario squarciare quel silenzio, raccontare quello che succede accanto a noi, che ci racconta di noi, che parla anche a noi.

La stessa pericolosa eccedenza, lo stesso tessuto sociale vivo, la stessa potenzialità sovversiva attraversa le reti, le relazioni, i territori italiani ed europei, che seppur estranei a uno stato d’emergenza propriamente detto hanno però vissuto le conseguenze violente del Jobs Act, della precarizzazione esistenziale, dell’impoverimento, dell’alienazione, della solitudine, dell’individualizzazione. A fronte dello stesso discorso e spazio pubblico silenziato, è allora davvero un grido quello che dalla Francia attraversa i nostri confini fittizi, che parla di partecipazione e democrazia ma soprattutto di un altro mondo possibile, da costruire in comune.

Raccogliere questo grido, farlo deflagrare, per chi da sempre ha cercato di trasformare e contaminare la realtà, ma anche per chi non l’ha mai fatto ma sente ogni giorno un’urgenza nuova, un desiderio, diventa allora un imperativo, una questione di tempo e di spazio: il tempo della democrazia radicale, il tempo delle strade e delle piazze, il tempo del comune.