Università, questa sconosciuta

postudineDa tempo ragioniamo sullo stato di salute del mondo della formazione.

Abbiamo imparato a leggerne le contraddizioni, ne abbiamo osservato il progressivo smantellamento in termini di finanziamenti, servizi, didattica, reclutamento, risorse. Eppure, negli ultimi giorni un’ulteriore riflessione si è imposta ai nostri occhi.

Ancora Parliamo dello spazio fisico e simbolico che attraversiamo, nel quale ci troviamo a studiare, lavorare, fare politica, instaurare relazioni, che nonostante questo si trova a comunicarci, in alcune occasioni, inquietanti segnali.

Roma, venerdì 16 ottobre, alle porte della Sapienza. Mentre nel polo universitario va in scena Maker Faire, un megaevento dedicato ai makers, all’innovazione e alla creatività digitale, oltre 70 studenti vengono violentemente caricati da un nutrito reparto della celere e – per la prima volta – da potenti getti d’acqua sparati dagli idranti.

Il bilancio è di decine di ferite, quattro studenti fermati – rinchiusi una notte dietro le sbarre di Regina Coeli e poi tartassati da pesanti misure restrittive della libertà -, nel silenzio assordante dell’amministrazione cittadina e del rettore della Sapienza. L’oggetto del contendere? Alla sospensione della didattica e delle sue attività quotidiane, gli spazi dell’università spalancate al grande evento gestito dai privati e l’obbligo di pagare un biglietto per chiunque volesse accedere alla Sapienza, student* e ricercatori/ici hanno osato opporre un deciso rifiuto. Per chi l’università la vive ogni giorno, per chi paga le tasse, offre non di rado il proprio lavoro gratuitamente, essere costrett* a pagare un biglietto è inaccettabile (senza considerare la speculazione, l’ingresso dei privati, l’università in ostaggio per oltre 48 ore).

Poi accade che a Pisa, durante l’occupazione degli spazi abbandonati e inutilizzati dell’Ex Gea, gravidi di centinaia di scatoloni colmi di libri lasciati a marcire, gli studenti e le studentesse da settimane in mobilitazione per il cambio dei parametri Isee vengano sgomberati brutalmente da polizia e Digos, con le pistole alla mano.

Esatto: con le pistole. Come nel peggiore Spaghetti Western, anche Leone assiste con una smorfia di disgusto all’abuso di potere che si consuma in poche ore.

Student* costretti a lasciare i cellulari, tenuti in ostaggio, accusati del furto di decine di libri. Per chi denuncia la speculazione operata sugli spazi dell’università, le truffe editoriali, la mala gestione delle risorse pubbliche, i tagli sconsiderati, la risposta sono pistole e manganelli. E vale ben poco il capo cosparso di cenere del rettore Augello che concede il blocco della didattica nell’ateneo pisano per il 29 ottobre. Vale poco un passo indietro quando i fatti hanno parlato e continuano a parlare molto chiaramente.

Ma non è abbastanza. Ieri a Udine a Palazzo Garzolini è iniziata la due giorni del Partito Democratico dal nome “Più valore al capitale umano. Università, ricerca e alta formazione motori di sviluppo”. E mentre ingessati professori e burocrati di partito simulano la discussione in un mondo patinato di smoking, cartelline e tesserini molto cool, all’esterno svariati cordoni della celere chiudono entrambi i lati della strada separando il mondo reale dalla cattedrale nel deserto che celebra la sua omelia.

Un mondo reale fatto di student* colpiti dal cambio dei parametri Isee, ricercatori e ricercatrici precar*, senza contratto, senza tutele, senza la minima speranza di un futuro all’interno del mondo dell’accademia, borsisti e assegnisti, personale amministrativo. Nelle stanze dai soffitti altissimi c’è chi pontifica su autonomia degli atenei, assunzione di qualche migliaio di precari, premio per 500 eccellenze in fuga.

 

All’esterno però il vestito buono e il sorriso smagliante spariscono subito, tramutati nella smorfia sprezzante del potere, quello che decide a chi è permesso l’ingresso e a chi no, quello che soffoca anche la più flebile parola di dissenso, quello che militarizza l’università esautorando i suoi legittimi “cittadini” dalla possibilità di accedere, di parlare, di essere visibili. Il macabro spettacolo di Udine, dell’Università smart con il morale up e la didattica hi-tech, si sgretola in poche semplici mosse a qualche metro dall’ingresso. Tutt* fuori, pur essendo accreditati, perché se c’è la possibilità che tu sollevi un cartello con scritto che la Buona Università forse, magari, potrebbe non esser così buona, allora per te non ci sono più sedie libere, la sala è già al completo.

Da Roma, a Pisa, a Udine, il cielo è scuro sulle nostre università.

Parliamo di uno spazio fisico, la cui gestione è esternalizzata ai rabbiosi tutori dell’ordine, al partito di turno, al privato e alla sua fiera, dove i legittimi aventi diritti sono estromessi, manganellati, sgomberati, denunciati, offesi.

Ma parliamo anche di uno spazio simbolico che è quello di un’università che abbiamo sempre voluto libera, gratuita nell’accesso, consapevole del suo ruolo sociale e culturale, coacervo di esperienze e conflitti, veicolo e moltiplicatore del sapere e dei saperi, tutela della critica e del dissenso, laboratorio di scoperte, luogo di incontro, condivisione e dialogo.

Cosa resta dello spazio fisico e simbolico delle nostre università? Qual è il volto di questa sconosciuta, nella quale il nostro diritto ad esistere e ad agire si frammenta e disperde?

Non siamo arrabbiati ed offesi, siamo furios*. Lo siamo perché sentiamo violati i luoghi del sapere, ma lo siamo anche perché siamo stanchi di essere invisibili.

Spettri, fantasmi che si aggirano per le università, che pagano le tasse, che partecipano alle lezioni, che insegnano, che fanno ricerca, che offrono gratuitamente il proprio lavoro. Siamo spettri senza volto, senza diritti e senza retribuzione ma quando proviamo ad uscire dall’invisibilità e prendere parola, raccontare la nostra storia, rivendicare ciò che ci spetta, veniamo sistematicamente ridotti al silenzio e oltraggiati.

Ci chiamate capitale umano e vorreste farci credere che nel vostro luccicante piano riformistico l’intenzione sia valorizzarci. In questo piano aziendale, il primo obiettivo è metterci a valore, renderci produttivi. Eppure in questa università ad alta velocità chi non si siede composto viene buttato giù dal treno in corso senza troppi complimenti.

Vorremmo fosse chiaro. Noi non siamo capitale umano. Non siamo disponibili a sottostare alle future disposizioni di una riforma dell’Università che si preannuncia ridicola, fatta di proclami sensazionali ai quali è un’offesa alla nostra intelligenza pensare che abboccheremo. Non siamo disponibili a vederci sottrarre quel poco di servizi e welfare che ci rimangono. Non siamo disponibili a tacere di fronte alla perdita della borsa di studio, alla riduzione alla mensa, all’alloggio, ai trasporti, alla sanità. Non siamo disponibili ad essere trattati come apprendisti quando lavoriamo (dentro e fuori le mura dell’università, dentro e oltre l’orario di lavoro, dentro e oltre le nostre mansioni e compteneze specifiche) da anni nel mondo della formazione.

Non siamo disponibili a farci rasserenare e neutralizzare dalla promessa di un’assunzione che non arriverà mai. Non siamo disponibili a reagire col capo chino ai dispositivi di repressione e marginalizzazione che, dal governo, alle amministrazioni cittadine, ai rettorati, alla questura, di volta in volta vengono messi in campo per tenerci fuori.

Noi siamo dentro. Siamo il tessuto vitale di quei luoghi del sapere. Siamo coloro che permettono all’università di vivere, di riprodursi, di fregiarsi del suo valore.

Ma siamo dentro e contro. E in quest’offensiva giocata sulla nostra pelle, senza esclusione di colpi, non arretriamo di un passo.

Siamo i fantasmi senza volto che hanno gettato il mantello. Siamo ciò che temete di più.

E se avete cercato di tenerci fuori dalla porta, noi quella porta la spalanchiamo. Ci troverete ovunque.

 

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